Intervista con l’artista
21/3/2023 Raso Alex
Condotta da Raso Alex durante la mostra Architetture Morbide presso la Fondazione V–A–C, Palazzo delle Zattere, Venezia, 2023
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Raso Alex: Valeriy, siamo seduti tra i tuoi bronzi qui nelle sale della Fondazione V–A–C. Sembrano respirare in questa quiete, quasi come se l’aria fosse diventata parte della loro composizione. Partiamo da questa atmosfera: che cosa significa per te Architetture Morbide — concettualmente ed emotivamente?
Valeriy Iakovlev: Il titolo è arrivato molto tardi nel processo. Non volevo nominare un tema, ma una condizione. “Architettura morbida” è, per me, il paradosso di una struttura che cede senza collassare. In queste opere, l’idea di architettura diventa interiore: una struttura costruita a partire dalla tenerezza, non dalla geometria. Mi interessa capire come la forma possa contenere la fragilità come principio, come la massa possa rimanere porosa, come qualcosa di solido possa restare consapevole della propria vulnerabilità. Non sono metafore — sono domande fisiche sui limiti della materia e sull’etica del tatto.
RA: Questa parola — “etica” — ricorre spesso in relazione al tuo lavoro. Parli della scultura come di un atto etico. Potresti approfondire cosa significa per te in pratica?
VI: L’etica, per me, comincia con l’attenzione. Quando lavoro con l’argilla o con il bronzo, sono responsabile del loro divenire. Non posso forzare il materiale; devo persuaderlo. Questo processo di persuasione è un dialogo etico — tra la mano e la resistenza, tra l’intenzione e l’ascolto. Ogni decisione porta con sé un peso morale, perché modifica qualcosa in modo irreversibile. Il gesto di levigare una superficie non è solo tecnico — è una forma di cura. Vedo la scultura come una disciplina della responsabilità: l’artista deve proteggere la dignità della materia, deve permetterle di rimanere se stessa anche mentre si trasforma.
RA: Descrivi spesso le tue superfici come “pelli che pensano”. È un’espressione affascinante. Come funziona la superficie nella tua concezione della scultura?
VI: La superficie è tutto. È il punto in cui il mondo tocca l’oggetto — e dove l’oggetto tocca il mondo. È una membrana d’incontro. Non la considero un ornamento o una finitura, ma una soglia viva. Quando lucido un bronzo, non cerco la perfezione; rivelo la sua capacità di respirare. Una superficie è intelligente — registra il tempo, la luce e il tatto. Ricorda. In questo senso, la scultura riguarda meno la forma in sé e più la qualità dell’attenzione della superficie. Una superficie ben lavorata è una superficie che ascolta.
RA: C’è una tenerezza quasi umana nel modo in cui le tue opere si relazionano tra loro — spesso raggruppate in triadi o coppie, come se conversassero. Le pensi come entità in relazione reciproca?
VI: Assolutamente. Nessuna scultura è mai solitaria. Ognuna esiste solo in relazione — allo spazio, allo spettatore, alle altre opere accanto a sé. Quando le dispongo, penso ai ritmi del respiro. Ce n’è una che espira, un’altra che riceve, un’altra che attende. Le distanze tra di loro sono importanti quanto le forme stesse. Questi intervalli creano ciò che chiamo “zone di quieta pressione” — aree in cui la percezione si addensa. Le sculture hanno bisogno l’una dell’altra, perché completano il silenzio reciproco.
RA: In Architetture Morbide, le forme sono chiaramente corporee ma mai letterali. C’è un’eco del corpo senza che il corpo venga rappresentato. Cosa ti attrae di questo linguaggio biomorfico?
VI: Non mi interessa rappresentare la vita, ma permettere alla materia di comportarsi come se fosse viva. La forma biomorfica è un modo per lasciare che la scultura cresca, invece di essere progettata. Quando lavoro l’argilla, lascio che siano la gravità, l’umidità e la temperatura a decidere il gesto. Ciò che vedi qui — il rigonfiamento, la ramificazione, le pieghe — non sono simboli, sono la fisica della tenerezza. Mi affido al processo affinché generi forme che sembrano corporee, perché il corpo è già nel gesto che le ha create.
RA: Sono curioso del tuo rapporto con la scultura italiana, dato che ci troviamo qui a Venezia. C’è una certa sensibilità — la delicatezza di Luciano Fabro, la dissoluzione della forma in Medardo Rosso — che sembra vicina al tuo lavoro. Ti senti parte di quella tradizione?
VI: Sì, profondamente. L’Italia ha sempre custodito l’idea della scultura come pensiero nella materia. Rosso, in particolare, è stato molto importante per me — la sua capacità di lasciare che la luce dissolva il volume, di rendere poroso il confine tra corpo e aria. Lo considero il primo scultore dell’incertezza. Anche Fabro mi affascina per la sua chiarezza metafisica — la sua convinzione che la forma possa essere fragile e concettuale allo stesso tempo. La loro influenza non è formale, ma etica. Mi ricordano che la scultura non riguarda la monumentalità, ma la coscienza. Forse è anche per questo che mi sto preparando a trasferirmi qui il prossimo anno — per vivere in un’atmosfera dove questa sensibilità verso la materia ha ancora valore.
RA: Quindi ti trasferirai in Italia?
VI: Sì. Sento che il mio lavoro appartiene a questo clima di pensiero — al rapporto mediterraneo con la materia, alla riverenza per la luce e l’artigianalità. La Russia mi ha dato la disciplina; l’Italia mi dà il respiro. C’è una differenza tra scolpire nella materia e scolpire attraverso di essa. Qui, credo, si impara ad ascoltare la materia in modo più lento.
RA: Hai usato il termine “post-visibile” per descrivere la condizione dell’arte contemporanea. Potresti spiegare cosa significa per te?
VI: Viviamo in un’epoca di visibilità assoluta, in cui tutto deve essere visto, condiviso, quantificato. Ma il risultato è la cecità. Il “post-visibile” non riguarda l’oscurità; riguarda il ristabilire il valore dell’invisibile — del sottile, del trattenuto, del silenzioso. In scultura, significa creare forme che resistono all’immagine istantanea, opere che non possono essere consumate subito. I miei bronzi sono lenti; cambiano con la luce, con la posizione, con la pazienza. Voglio che lo spettatore sperimenti il tempo, non l’informazione. La condizione post-visibile richiede che recuperiamo la lentezza come gesto etico.
RA: C’è una profonda pazienza nel tuo lavoro — quasi monastica. Il tempo è diventato un materiale per te?
VI: Completamente. Il tempo è il vero materiale della scultura. L’argilla si indurisce, il metallo si raffredda, le superfici evolvono; ogni fase incide la durata nell’oggetto. Cerco di lasciare che il tempo faccia parte della modellazione. Non si può affrettare il bronzo; punisce l’impazienza. Più lavoro, più mi rendo conto che la scultura non consiste nel controllare il tempo, ma nell’abbandonarsi ad esso. La mano diventa un orologio che non misura, ma ascolta.
RA: I tuoi bronzi sembrano sospesi nella transizione — mai del tutto finiti, mai completamente stabili. L’incompletezza è intenzionale?
VI: Sì, perché la compiutezza è una forma di morte. Un oggetto finito è chiuso; non ha più nulla da offrire. Preferisco fermarmi quando la scultura comincia a resistermi — quando sembra dirmi: “Basta, lasciami vivere.” Quella resistenza è vitalità. È il momento in cui l’opera diventa indipendente da me. L’incompletezza le permette di rimanere aperta al mondo, di continuare a cambiare con lo sguardo dello spettatore. In verità, non finisco mai una scultura; la abbandono con rispetto.
RA: Infine, se Architetture Morbide propone un modo di essere con la scultura, che cosa chiede allo spettatore?
VI: Chiede vicinanza senza possesso. Voglio che le persone si avvicinino abbastanza da percepire lo spazio vibrare, ma senza interpretare o definire. Le opere chiedono di rallentare, di sentire il proprio respiro in relazione al loro. Questo è ciò che intendo per prossimità etica: prestare attenzione senza afferrare, percepire senza consumare. In fondo, la scultura non riguarda l’oggetto — riguarda la qualità dell’incontro.
Raso Alex: È una conclusione bellissima — la scultura come incontro, non come immagine. Ti ringrazio, Valeriy, per il tuo tempo e per questa conversazione.
Valeriy Iakovlev: Grazie a te. Anche la conversazione è una forma di scultura — modella il silenzio.
Mostra realizzata con il sostegno della Fondazione V–A–C, Palazzo delle Zattere, Dorsoduro 1401, Venezia, Italia.
Date: 18 marzo – 16 luglio 2023
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